Goldoni: svanito in soli cinque anni il “miracolo cinese”

News 21/09/2020 -

Sono trascorsi poco meno di cinque anni dall’acquisizione della Goldoni da parte di Lovol Arbos Group spa e per la storica azienda di Migliarina di Carpi torna ad affacciarsi lo spettro del fallimento.

Eppure con l’ingresso nella holding cinese interamente controllata da Lovol Heavy Industry, autentico colosso della meccanizzazione agricola con sede a Weifang, la rinascita della Goldoni –  sfiancata da una pesante crisi che l’aveva portata nel 2015 a depositare in tribunale richiesta di concordato, dopo un anno di ricorso alla Cassa integrazione e il successivo passaggio alla solidarietà –  sembrava cosa fatta, grazie ad un ambizioso piano industriale e di sviluppo prodotto sostenuto da un’importante iniezione di capitali.

 

IL NAUFRAGIO DI UN PIANO DI RILANCIO ALL’APPARENZA CONVINCENTE

Un programma di rilancio che era parso ben orchestrato e tale da convincere anche i più scettici.

Come molti ricorderanno, la nuova proprietà si era subito impegnata nell’ammodernamento dello stabilimento produttivo, che per più di vent’anni non era stato oggetto di investimenti manifatturieri, con l’obiettivo di  ottimizzarne il layout e razionalizzare le attività al suo interno, per poi dedicarsi alla ristrutturazione della rete di distribuzione mirata al raggiungimento di obiettivi di espansione e internazionalizzazione.

Anche la strategia di sviluppo prodotto pareva centrare il bersaglio: arricchire di contenuti tecnologici in termini soprattutto di idraulica ed elettronica, a beneficio di una platea internazionale, uno dei massimi punti di forza vantati dalla gamma Goldoni, ovvero la grande maneggevolezza legata a dimensioni, passi e pesi estremamente contenuti.

La seconda vita della Goldoni, per farla breve, all’insegna del “Detto-Fatto”, sembrava iniziata sotto i migliori auspici, accompagnata per giunta dal favore manifestato dal pubblico in occasione di fiere e manifestazioni in campo (nella foto sopra lo stand di Arbos a Eima 2016), tanto da indurre i vertici di Lovol Arbos Group ad azzardare per il brand modenese previsioni di un’escalation di fatturato divulgate attraverso la stampa di settore.

 

UNA SITUAZIONE ECONOMICA FORTEMENTE COMPROMESSA

Qualcosa però deve essere andato storto, se è vero che, come si apprende dal piano concordatario presentato in extremis dalla  Goldoni spa al Tribunale di Modena lo scorso 14 settembre, l’azienda carpigiana, nonostante investimenti complessivi da parte del gruppo Arbos, controllato da Lovol Group, superiori ai 100 milioni di euro, deve vedersela oggi con una situazione economica fortemente compromessa con perdite decisamente importanti: nel solo anno 2019 circa 20 milioni di euro, il 52 per  cento in più rispetto all’anno precedente, a fronte di un fatturato di poco superiore ai 40 milioni di euro.

Un buco finanziario, in pratica, che, si legge nel documento «avrebbe reso di fatto impossibile la prosecuzione dell’attività per il Gruppo Lovol».

 

IL DISIMPEGNO DI ARBOS: ALLA RICERCA DELLE MOTIVAZIONI

La proprietà cinese, dunque, si sarebbe vista costretta a mettere la parola fine a quello che era stato presentato come un significativo tassello del grande progetto internazionale tra Venezia e Pechino denominato “Economic Belt Silk Road/La nuova Via della seta”, nel quale rientrava appunto il recupero di e la valorizzazione di brand italiani che, come Goldoni, hanno segnato in modo indelebile la storia della meccanizzazione agricola.

Una decisione che, insieme alla grande preoccupazione per le sorti dei numerosi lavoratori coinvolti nella vicenda, genera anche un’inevitabile perplessità.

«Avevo molta fiducia nella società cinese ed ero certo che avrebbero portato avanti l’azienda e il suo nome – ha dichiarato con amarezza Leo Goldoni, già storico presidente della Goldoni spa, fondata dal padre nel 1926, in un’intervista recentemente apparsa sul “Resto del Carlino” –. Avevano le ‘carte in regola’, disponibilità economica, progetti, voglia di conquistare l’Europa. Li ho conosciuti e mi erano parsi molto preparati».

C’è chi attribuisce buona parte della responsabilità del naufragio del piano di recupero alla scelta di sostituire con la luccicante livrea verde-bianco perlata di Arbos il tradizionale arancione scuro che aveva sempre caratterizzato la gamma Goldoni (vedi link), e c’è chi invece chiama in causa la pesante crisi economica  di cui ha risentito la Cina per effetto della pandemia Covid-19 e le inevitabili ripercussioni sulla casa madre del gruppo Arbos.

Motivazione che viene però smentita da quanto si legge sul portale cinese Seetao, secondo il quale Lovol Heavy  Industries avrebbe messo a segno nel primo semestre 2020 incrementi dal 37 al 39 per cento nelle vendite di trattori e macchine per la raccolta di grano e riso, per un totale di 36.000 unità vendute.

 

DAL CONCORDATO IN BIANCO A QUELLO LIQUIDATORIO

Ma non è certo questa la sede per affrontare una tematica così complessa e che si presta a opinioni contraddittorie.

Cerchiamo piuttosto di dare una risposta alla domanda su quelli che potranno essere i futuri sviluppi della vertenza.

Lo scorso 18 settembre durante l’incontro svoltosi a Roma presso il ministero dello Sviluppo Economico – un appuntamento richiesto dal  presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, e dall’assessore regionale allo Sviluppo economico e al lavoro, Vincenzo Colla (vedi link) – i vertici di Lovol intervenuti in videoconferenza dalla Cina, nonostante fosse stato loro esplicitamente chiesto di non procedere ad atti unilaterali prima del Tavolo ministeriale, hanno comunicato di aver depositato al tribunale di Modena la richiesta di concordato liquidatorio.

Ancora un passo indietro, dunque, rispetto alle intenzioni precedentemente manifestate di concordato in bianco, dapprima, e di concordato in continuità aziendale, successivamente.

«Il termine concordato liquidatorio in Italia significa chiusura, vuol dire mettere la parola fine a un marchio storico italiano, lasciare sulla strada 220 lavoratori con le loro famiglie e mettere in difficoltà centinaia di altri lavoratori dell’indotto», ha sottolineato l’assessore Colla.

 

NESSUNA GARANZIA IN MERITO ALLE SORTI DELL’ENGINEERING CENTER

Ma c’è di più. La proprietà cinese, che nei giorni precedenti all’incontro al Mise  aveva dichiarato di voler mantenere separata la struttura produttiva dall’Engineering Center Arbos – dedicato alla Ricerca e Sviluppo e ospitato all’interno della sede di Migliarina di Carpi –  trattandosi di un’attività considerata “strategica” nei piani aziendali, anche in merito a questo aspetto sembrerebbe aver fatto retromarcia non essendo stata in grado di fornire delle risposte.

 

INVESTITORE CERCASI

L’unica nota positiva in questo scenario decisamente poco confortante è data dalla disponibilità manifestata da Goldoni spa a cedere gli attivi aziendali anche separatamente, insieme al deposito, contestuale, dello storico marchio, con l’obiettivo di invogliare potenziali acquirenti e garantire così la prosecuzione dell’attività.

A tal proposito i proprietari cinesi fanno presente come nel periodo immediatamente precedente al deposito del Piano si sia dato corso «ad  un processo strutturato di M&A, finalizzato all’identificazione di un investitore idoneo alla valorizzazione dell’avviamento di Goldoni e alla prosecuzione della continuità aziendale, al fine di preservare un marchio storico europeo nel settore delle macchine agricole e i livelli occupazionali».

Una ricerca però che al momento però ha prodotto solo manifestazioni di interesse, tra cui quella di Carraro Tractors che, stando a quanto riferito dai media locali, avrebbe inviato una delegazione in visita alla fabbrica di Migliarina di Carpi.

Sulla vertenza Goldoni si è espresso anche Alessandro Malavolti, presidente di FederUnacoma, a margine dell’assemblea annuale dell’associazione dei costruttori di macchine agricole, che si è svolta lo scorso 24 settembre a Bologna. «Un cavaliere bianco, possibilmente emiliano, che salvi Goldoni da un destino che pare segnato: questo è il mio auspicio – ha dichiarato al “Resto del Carlino” –.  È un grosso dispiacere che un marchio storico, importante per la nostra terra, abbia per la seconda volta grosse difficoltà; mi auguro che esista qualcuno che abbia il coraggio e la voglia di prendere in mano l’azienda e di investirci e spero che sia di queste parti».

 

LA RABBIA DEI SINDACATI

«Abbiamo chiesto garanzie che il marchio, tutte le attività, gli immobili e macchinari non vengano sottratti alle disponibilità per un futuro soggetto economico che investa nella Goldoni – ha fatto sapere Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim-Cisl –. La priorità in questo momento è di evitare il fallimento. Sarebbe un disastro irrecuperabile, ci troveremo dinnanzi alla distruzione di posti di lavoro e di un patrimonio economico, industriale e di competenze. Non possiamo permettercelo, e non possiamo consentirlo».

«Per quanto ci riguarda – ha aggiunto –  il gruppo Lovol e lo stato cinese devono pagare un costo sociale per questa gravissima scelta, devono contribuire economicamente all’operazione di salvataggio»

«Anche davanti al Ministero – scrive in una nota la Fiom/Cgil Modena – Lovol non è stata in grado di dare risposte. Non ha risposto alla domanda sul destino di Arbos, ma soprattutto non ha risposto all’esigenza di destinare le somme necessarie alla continuità di impresa. Il tribunale ancora non si è ancora espresso, ma risulta evidente che ad oggi Lovol conferma il proprio disimpegno, mettendo a rischio la continuità aziendale. Qualora l’atteggiamento di rapina e sciacallaggio dl know how venisse confermato da Lovol, sarebbe chiara indicazione delle linee guida del Governo cinese nella conduzione dei rapporti economici e commerciali con il nostro Paese».

 

BUONE RELAZIONI INTERNAZIONALI A RISCHIO?

E mentre i lavoratori della Goldoni mantengono il presidio davanti allo stabilimento – in attesa che venga convocato il prossimo tavolo presso il Mise e che il Tribunale si pronunci  – la vertenza Goldoni rischia di incrinare le buone relazioni che intercorrono tra l’Emilia Romagna e importanti aree produttive della Cina.

Emblematica a tal proposito la dichiarazione fatta dalla consigliera Palma Costi, a nome del gruppo Pd regionale. «Credo – ha detto – che trovandoci di fronte ad un fondo cinese (certamente commisto con il governo o i governi locali) sia fondamentale attivare immediatamente la diplomazia. È assolutamente necessario che il governo cinese si renda conto che le nostre imprese non possono essere depredate a piacimento».

 

© Barbara Mengozzi

 

Fonte immagini: Arbos, Cgil Modena, Meccagri.
ARTICOLO AGGIORNATO IN DATA 1° OTTOBRE 2020

 

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