HomePrimo pianoPiano Mattei e meccanizzazione agricola: la sfida in Africa si vince giocando di squadra Piano Mattei e meccanizzazione agricola: la sfida in Africa si vince giocando di squadra Primo piano 23/07/2026 - Barbara Mengozzi Dal modello agroindustriale di BF in Repubblica del Congo all’effetto traino per l’export italiano: la transizione dell’Africa sub-sahariana offre una corsia preferenziale ai costruttori di tecnologia agricola, ma la sfida contro i competitor asiatici si vince solo muovendosi compatti. La transizione dell’Africa sub-sahariana da un’agricoltura di pura sussistenza a un modello agroindustriale ad alta produttività non è più uno scenario futuribile, ma una realtà industriale in piena evoluzione. A tracciare la rotta è una convergenza strategica tra geopolitica, grandi player agro-industriali e la filiera della meccanizzazione Made in Italy, catalizzata dalle prime realizzazioni concrete del Piano Mattei. IL “MODELLO CONGO” A JOLANDA DI SAVOIA: I NUMERI DEL CANTIERE Il punto di svolta per analizzare questa dinamica arriva dalla recente presentazione tenutasi presso l’headquarter di BF (Bonifiche Ferraresi) a Jolanda di Savoia, dove sono stati illustrati i risultati del primo anno di operatività della prima BFuture Farm a Malolo, nella regione del Niari, nella Repubblica del Congo. L’operazione rappresenta il progetto pilota di AREA (Azione per il Rafforzamento degli Ecosistemi Agro-alimentari in Africa), il programma promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) all’interno del Piano Mattei. Il programma AREA è stato concepito proprio per superare la logica dei contributi a fondo perduto e creare ecosistemi agroindustriali autosufficienti nei Paesi partner, unendo la componente pubblica (con CIHEAM Bari nel ruolo di partner tecnico e la copertura finanziaria e assicurativa di SACE e SIMEST) all’iniziativa delle imprese private. In questo schema, mentre la parte pubblica sostiene le infrastrutture sociali, la formazione e la gestione delle risorse, il partner privato (BF International) investe direttamente nella produzione agricola e nella trasformazione industriale. MECCANIZZAZIONE E INFRASTRUTTURE NEL SITO PRODUTTIVO DEL NIARI I numeri di questo primo anno di operatività sul campo sono di assoluto rilievo: sui 10.000 ettari in concessione pluriennale (con altri 20.000 già individuati) sono stati recuperati 6.000 ettari di terreno, con oltre mille ettari messi a coltura nei quali si è da poco conclusa la prima trebbiatura della soia. L’operazione vede sul campo 50 macchine agricole moderne gestite da una piattaforma digitale avanzata che integra sensoristica IoT, stazioni meteorologiche e monitoraggio satellitare. Attorno ai campi sta prendendo forma una vera e propria infrastruttura industriale: 20 chilometri di strade interne, 30 chilometri di linea elettrica, reti idriche per uso agricolo e civile e un polo agroindustriale che ospiterà 12 silos di stoccaggio per grano e mais, impianti di essiccazione, un mangimificio e un sementificio. Un modello non predatorio – la proprietà della terra e la destinazione delle produzioni restano in capo allo Stato congolese – che mira ad azzerare la dipendenza dalle importazioni alimentari. UN PIANO DA 2 MILIARDI DI EURO DI INVESTIMENTO: LA RETE DELLE 20 MODEL FARM E IL RUOLO DELLE PMI L’evento di Jolanda di Savoia ha tracciato soprattutto la portata prospettica dell’iniziativa. Come confermato dal presidente esecutivo di BF Spa e AD di BF International, Federico Vecchioni, l’hub nel Niari – il cui taglio del nastro ufficiale è previsto per ottobre – rappresenta il prototipo di un piano da 2 miliardi di euro d’investimento complessivo destinato a realizzare 20 “Model Farm” distribuite tra Africa e altri continenti (con i prossimi sviluppi già indirizzati verso Algeria, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal). I riflessi per il sistema manifatturiero italiano sono imponenti: l’AD di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, ha evidenziato come la collaborazione con BF all’interno del Piano Mattei abbia già attivato oltre 1.500 piccole e medie imprese della filiera italiana. Non si tratta più della semplice vendita di macchinari, ma dell’esportazione di un’intera “orchestra” tecnologica e infrastrutturale: dalla meccanizzazione alla gestione idrica, fino all’energia, alla formazione tecnica locale e ai servizi sanitari per le comunità. LE DUE STRADE DELL’AFRICA CENTRALE: LA COOPERAZIONE STRATEGICA E LE INIZIATIVE NAZIONALI Se l’esperienza in Congo fa da apripista per i progetti coordinati del sistema Italia, il quadro dell’Africa sub-sahariana mostra come la domanda di meccanizzazione stia crescendo con forza anche attraverso direttrici indipendenti. È il caso della vicina Angola – oggetto del “Primo Piano” di Meccagri della scorsa settimana – che, come abbiamo visto, pur muovendosi al di fuori del perimetro del Piano Mattei, condivide con la Repubblica del Congo la medesima urgenza strutturale: diversificare l’economia e affrancarsi dalla dipendenza dalle importazioni alimentari. Ti potrebbe interessare >>> Dalle trivelle ai trattori: l’Angola punta sulle macchine agricole per il dopo-petrolio Se l’Angola spinge per creare enormi hub agricoli finanziati da investimenti statali diretti per superare la mono-dipendenza dal petrolio, la Repubblica del Congo punta sui distretti agroindustriali in partnership pubblico-privata. Che si tratti di iniziative nazionali o di progetti di cooperazione bilaterale, il denominatore comune è chiaro: la fase dei micro-interventi frammentati sta lasciando il passo alla richiesta di grandi infrastrutture agricole integrate, capaci di garantire rese costanti su vaste estensioni. L’EFFETTO TRAINO PER L’EXPORT, UNA MARCIA IN PIÙ PER LA FILIERA ITALIANA Se il modello italiano guidato da BF fa da apripista, a beneficiarne in modo diretto è l’intero ecosistema della meccanizzazione agricola Made in Italy. L’approccio italiano si distingue perché non si limita alla fornitura del solo vettore – il trattore –, ma esporta un pacchetto tecnologico completo che copre l’intero ciclo agronomico. Per i costruttori e gli equipaggiatori italiani si apre così una corsia preferenziale in tre segmenti chiave: Lavorazione del terreno e semina: la bonifica e la rimessa a coltura di migliaia di ettari di savana richiedono aratri, coltivatori e seminatrici di precisione ad altissima resistenza strutturale. Gestione della risorsa idrica: l’irrigazione di precisione (sistemi a goccia. pivot e motopompe avanzate) è il fattore determinante per stabilizzare le rese di fronte alla variabilità climatica. Post-raccolta e stoccaggio: silos, essiccatoi e impianti di prima trasformazione sono indispensabili per azzerare le ingenti perdite post-raccolta che storicamente penalizzano le filiere africane. È proprio in questa visione d’insieme che si gioca la partita decisiva contro la concorrenza dei colossi asiatici, storicamente presenti in Africa con offerte low-cost. A macchinari economici ma fragili e privi di supporto post-vendita, il “Sistema Italia” contrappone la logica del Total Cost of Ownership (TCO) ridotto sul lungo periodo: macchine efficienti nei consumi, durature, connesse tramite telemetria e affiancate da formazione tecnica in loco. Muoversi all’interno di questi progetti coordinati permette anche alle PMI della componentistica e delle attrezzature specializzate di accedere a mercati complessi che individualmente farebbero fatica a presidiare. L’IDENTIKIT DELLA MECCANIZZAZIONE IDEALE E LA SFIDA PER IL MADE IN ITALY La vera sfida per i costruttori italiani – ed è qui che si gioca il successo del “Sistema Italia” in Africa – risiede nell’adattare le tecnologie alle reali esigenze operative del continente. La macchina ideale per questi contesti non è semplicemente un mezzo depotenziato, ma un concentrato di solidità costruttiva e innovazione utile in grado di rispondere a tre requisiti fondamentali: Robustezza e semplicità manutentiva: vale a dire strutture e motorizzazioni capaci di resistere a cicli di lavoro gravosi e climi estremi, con una diagnostica accessibile che riduca al minimo i tempi di fermo macchina. Tecnologie per l’agricoltura di precisione: l’integrazione di sistemi ISOBUS, guida satellitare e telemetria per la gestione ottimizzata delle flotte su enormi estensioni, riducendo gli sprechi di carburante, sementi e input chimici in contesti climatici sfidanti. Presidio post-vendita e formazione: l’elemento che fa la differenza rispetto alla concorrenza low-cost. Come dimostra il cantiere del Niari, la fornitura dei mezzi deve essere contestuale all’addestramento continuo degli operatori e dei meccanici locali. CONSIDERAZIONE FINALE: UN NUOVO PARADIGMA PER LA MECCANIZZAZIONE ITALIANA L’esperienza della BFuture Farm in Repubblica del Congo e l’orizzonte delle venti Model Farm dimostrano che l’Africa Centrale sta trasformando il proprio modello agricolo a un ritmo imprevedibile fino a pochi anni fa. Per la meccanizzazione agricola Made in Italy, questo scenario rappresenta un cambio di paradigma fondamentale: l’export non passa più soltanto dalla capacità della singola azienda di penetrare un mercato estero, ma dalla capacità di muoversi all’interno di un ecosistema di filiera strutturato e supportato dalle istituzioni. In questo nuovo quadro, chi saprà unire la qualità tecnologica delle macchine alla capacità di fare squadra – garantendo formazione, assistenza e presenza costante sul territorio – non solo si assicurerà una posizione di leadership nei mercati emergenti dell’Africa, ma contribuirà in modo determinante a riscrivere la mappa della sicurezza alimentare globale. © Barbara Mengozzi Fonte immagini: BF International, Congo Agroindustrial Sarl, New Holland Agriculture Congo, Ocrim. BFuture Farm | Piano Mattei